Racconti
Quando non mancano cose curiose
Duemila anni di storia hanno lasciato tante curiosità intorno alle chiese storiche romane che è impossibile conoscerle tutte; alcune sembrano oggi incredibili, ma comunque lasciano alla fine una considerazione certa: solo a Roma può davvero capitare di tutto.
La Bocca della Verità-Santa Maria in Cosmedin
In fondo al portico di Santa Maria in Cosmedin, sulla sinistra, c’è il monumento più noto della chiesa: il mascherone detto Bocca della Verità. Si tratta di un antico mascherone romano, probabilmente un chiusino per il drenaggio delle acque, che forse raffigurava il volto del dio Oceano, o comunque una divinità fluviale, per la presenza, ormai poco leggibile, dei profili di due delfini. Al mascherone, sistemato nel portico nel 1632, è legata una famosa tradizione romana, una sorta di giudizio di Dio, che voleva che i bugiardi che avessero introdotto una mano nella sua bocca l’avrebbero avuta mozzata di netto. Ancora oggi lunghe file di turisti compiono il “rito” dell’inserimento della mano nella bocca, completato dall’inevitabile foto ricordo.
San Carlino-San Carlo alle Quattro Fontane
La chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane è affettuosamente chiamata dai romani "San Carlino" per le sue ridotte dimensioni in quanto copre con la sua area quella di uno solo dei quattro pilastri che sorreggono la cupola della Basilica di San Pietro in Vaticano; così un detto popolare dice che “San Pietro è bello per la sua grandezza e San Carlino è bello per la sua piccolezza”.
Pudenziana, la santa che non visse mai
Secondo la tradizione, la basilica di Santa Pudenziana fu fatta costruire dove sorgeva la casa di Pudente, senatore presso il quale avrebbe trovato ospitalità S. Pietro. Fu definita così come "ecclesia Pudentiana" ovvero la "chiesa di Pudente", ma col passar del tempo "Pudentiana" fu ritenuto il nome di una donna, alla quale venne attribuita una vita inventata, identificandola come sorella di Prassede, qualificate ambedue come figlie di Pudente che avrebbero donato la casa del loro padre per la costruzione della chiesa. Ma di fatto, nel 1969, Pudenziana e Prassede sono state cancellate dal nuovo calendario liturgico della Chiesa Cattolica perché non riconosciute più come sante e addirittura considerate come mai esistite. In effetti dagli scavi archeologici è stato chiarito che la chiesa fu fondata sopra un edificio termale del II secolo, quello delle cosiddette Terme di Novato, e non dovrebbe risalire a prima del IV secolo.
La chiesa delle "corate"-Santi Vincenzo e Anastasio a Trevi
Fino al 1876, la chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio a Trevi era la “Parrocchia Pontificia”, data la sua prossimità con il palazzo del Quirinale, residenza dei pontefici. Quando un pontefice moriva, proprio in questa chiesa venivano trasportati solennemente, custoditi in contenitori sigillati, i cosiddetti precordi, gli organi interni asportati dalla salma prima della rituale imbalsamazione. La tradizione fu iniziata da Sisto V nel 1590 e durò per quasi tre secoli, fino a Leone XIII nel 1903. Ancora oggi, in una cappella sotterranea sotto l’altare maggiore, sono conservati i precordi di ben 22 pontefici: il popolino li chiamava oltraggiosamente le “sacre budella” e la chiesa divenne la “chiesa delle frattaje”. Una simile curiosità non poteva sfuggire a Giuseppe Gioacchino Belli, che definì la chiesa “un museo de corate e de ciorcelli”.
Una sepoltura controversa-Santa Maria dell'Anima
Il papato di Adriano VI non fu per nulla amato dai romani: fu infatti un pontefice dallo stile austero e con uno scarso coinvolgimento nelle vicende della città. Quando nel 1523 morì, dopo soli tredici mesi di pontificato, venne inizialmente sepolto nella basilica di San Pietro, tra i pontefici Pio II e Pio III. Fu di conseguenza oggetto di una pasquinata passata alla storia: “Hic jacet impius inter Pios”, ovvero “Qui giace un non pio tra i Pii” che la dice lunga sull’avversione del popolo romano verso questo pontefice. Fu forse questo sardonico epitaffio a convincere il cardinale Wilhelm van Enkenvoirt, amico del pontefice a far spostare le sue spoglie nella chiesa di Santa Maria dell'Anima.
La Buca dello Spione -San Salvatore alle Coppelle
Sul muro esterno della chiesa di San Salvatore alle Coppelle, è collocata una targa marmorea con una fessura. Vi fu collocata in occasione del giubileo del 1750 per il massiccio afflusso di pellegrini che fu stimato superiore al milione di presenze. Si tratta di una cassetta postale in marmo con tanto di targa con le istruzioni. Era stata costruita per osti, albergatori e locandieri che, tramite lettera, dovevano servirsene segnalando i forestieri malati che si fossero trovati nei loro locali, indicandone nome e provenienza. Secondo le autorità, queste segnalazioni sarebbero servite all’Arciconfraternita del SS. Sacramento della Divina Perseveranza per soccorrere ed accudire i forestieri malati. Erano previste pene severe a chi non avesse fatto tempestivamente la segnalazione. Tutti furono da subito convinti che in realtà fosse un’imposizione per far conoscere alla polizia i nomi degli ospiti e favorirne la sorveglianza. Per questo i romani chiamarono quella cassetta la Buca dello Spione.
L'Angelo solitario - Sant'Andrea della Valle
La cosa che incuriosisce di più della facciata di Sant’Andrea della Valle è la sua asimmetria. In alto a destra, infatti, balza all’occhio una evidente lacuna: una statua mancante. Sul secondo ordine della facciata, a sinistra, invece spicca un angelo realizzato da Ercole Ferrata. Raccontano le cronache che inizialmente ne era previsto un altro anche per il lato destro, ma quando l’artista consegnò il primo angelo, dovette subire molte critiche, che non gradì. Tra queste anche quelle di papa Alessandro VII Chigi, a cui il Ferrata rispose: “Al papa l'angelo non piace? E allora l’altro se lo faccia da solo!”., e non realizzò mai il secondo angelo, lasciando per sempre la facciata incompleta.
E così ancora oggi, l’angelo solitario di Sant’Andrea della Valle guarda i passanti e i turisti che passano sotto di lui.
Un curioso dipinto - San Saba
Nella basilica di San Saba, in quella che è stata chiamata “quarta navata” si trova anche un dipinto dal soggetto veramente curioso: si tratta della leggenda di S. Nicola di Bari e delle tre zitelle. Le protagoniste della storia sono tre ragazze appartenenti a una famiglia povera ma onestissima; erano molto belle ma, a causa della loro povertà, la loro virtù poteva essere in pericolo. Il loro padre aveva pregato S. Nicola di aiutarle. Così, una notte, il santo affacciato a una finestra e con una borsa in mano piena di monete d’oro, avrebbe gettato la borsa sul letto delle ragazze, dando loro finalmente una cospicua dote.
Questa leggenda fu all’origine dell’usanza di fare regali ai bambini nel giorno della festa di S. Nicola, il 6 dicembre; la consuetudine sarebbe poi slittata al 25 dicembre quando S. Nicola, ossia Santa Claus, sarebbe diventato una figura cara ai bambini di tutto il mondo, Babbo Natale.
Una realistica scultura - San Marcello al Corso
Il Crocifisso ligneo del XIV secolo conservato in San Marcello al Corso è stato ritenuto dagli studiosi come il più realistico, per anatomia umana, esemplare di crocifissione di tutta Roma, a tal punto che ha dato origine ad una curiosa diceria: l’anonimo autore, per ritrarre col massimo realismo il trapasso di Gesù, avrebbe ucciso nel sonno un carbonaio e, mentre il poveraccio spirava, avrebbe abbozzato velocemente la figura del morente per poi intagliarla nel legno.
L'erba di S. Bibiana-Santa Bibiana
Poco oltre la soglia della chiesa di Santa Bibiana, sulla sinistra, si trova il tronco della colonna a cui la santa fu legata durante il suo martirio. La colonna è parzialmente consumata in quanto i devoti di S. Bibiana erano soliti raschiarlo per raccogliere la polvere che, disciolta nell'acqua del pozzo del vicino giardino e mescolata all'erba ("erba di S. Bibiana", una sorta d'erba medica di canapa) che cresceva sul terreno intrisa del suo sangue, produceva una bevanda che si riteneva avere un potere altamente taumaturgico.
Una storia a fumetti-San Clemente al Laterano
Gli affreschi realizzati tra il 1084 e il 1100 nella basilica inferiore di San Clemente raccontano un miracolo del santo che aveva convertito al cristianesimo Teodora, moglie del prefetto Sisinnio, collaboratore dell’imperatore Nerva. Sisinnio sospetta e la segue nella catacomba dove celebra messa papa Clemente, la raggiunge ma non riesce a rivolgerle la sua ira perché Clemente lo acceca. Sisinnio si ammala e Clemente va a trovarlo per curarlo e il prefetto ordina ai servi di arrestarlo. Ed è in questo momento che avviene la scena rappresentata nell’affresco: i servi, accecati come il loro padrone ad opera del santo, legano e cercano di trascinare una pesante colonna di pietra. «Fili de le pute, trahite!, Gosmari, Albertel, trahite! Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!» (Figli di puttana, tirate! Gosmario, Albertello, tirate! Carvoncello, spingi da dietro con un palo!), grida Sisinnio ai servi chiamandoli per nome. Clemente replica: «Duritiam cordis vestri, saxa trahere meruistis» (A causa della durezza del vostro cuore, avete meritato di trascinare sassi). Queste frasi compaiono nell’affresco accanto alle figure. Qualcuno lo definisce il primo fumetto della storia, ma sicuramente questo dialogo rappresenta un importante passaggio dal latino all’italiano: si tratta infatti di una traccia fondamentale di quella lingua volgare che andava formandosi, mentre S. Clemente risponde in latino (seppure non purissimo, ma già corrotto).
Le prediche coatte-San Gregorio a ponte Quattro Capi
A partire dal 1584 furono istituite da papa Gregorio XIII, con la bolla Sancta Mater Ecclesia, le “prediche coatte” agli ebrei, con lo scopo di convertire il popolo giudaico alla fede cattolica. Gli ebrei romani, ogni sabato, venivano obbligati per legge ad ascoltare la predica di un sacerdote cattolico nella chiesa di San Gregorio a ponte Quattro Capi, come pure in quella vicina di Sant’Angelo in Pescheria. I sermoni erano generalmente tenuti da un frate domenicano, cui gli abitanti romani del ghetto erano costretti ad assistere nella speranza che divampasse in loro un ardente desiderio di sposare il Vangelo. Gli ebrei invece ascoltavano imperturbabili le parole tonanti e gli anatemi contro il popolo "deicida" proferiti dal predicatore: infatti, si tappavano accuratamente le orecchie con della cera in modo da non sentire praticamente alcuna parola. Le prediche coatte furono abolite nel 1848 per volere di Papa Pio IX, unitamente all'apertura delle porte del ghetto che sarà abolito nel 1870. I racconti popolari sono comunque concordi nell’affermare che neanche un solo ebreo sia stato convertito da queste prediche.
La Confraternita della Misericordia-San Giovanni Battista Decollato
La notte che precedeva un’esecuzione, i membri della confraternita di San Giovanni Decollato, vestiti di nero e incappucciati, si recavano nelle carceri di Tor di Nona e di Corte Savella per cercare di portare a termine la loro missione principale: ottenere la confessione e quindi la salvezza dell’anima del condannato. All’alba, ottenuto il pentimento del condannato, iniziava una lunga processione fino al luogo dell’esecuzione. Terminata l’esecuzione, il boia riconsegnava il cadavere alla confraternita che si occupava anche della sepoltura. Solo a chi, in punto di morte, aveva accettato il sacramento della confessione e si era pentito era concessa una sepoltura “cristiana” nelle fosse comuni della chiesa di San Giovanni Decollato. Diversamente, coloro che avevano rifiutato la confessione dovevano essere seppelliti al di fuori della città, nel terreno adiacente al Muro Torto, considerato un luogo sconsacrato. Vi erano poi dei casi estremi, di uomini ritenuti assolutamente indegni di giacere insieme agli altri, che erano quindi lasciati a decomporsi sulle rive del Tevere fuori dalla Porta del Popolo. Ai condannati a morte restava comunque una speranza, riposta ogni anno nel giorno del 29 agosto. Durante l’anniversario della decapitazione di San Giovanni Battista, i confratelli si riunivano per scegliere un singolo carcerato meritevole di riottenere la libertà. Questa votazione, espressa in urne contenenti fave nere o fave bianche rappresentava unica possibilità di salvezza dalla pena certa.
Le chiese gemelle-Santa Maria dei Miracoli e Santa Maria in Montesanto
A prima vista, osservate dal centro di piazza del Popolo, la chiesa di Santa Maria dei Miracoli e quella di Santa Maria in Montesanto sembrano perfettamente uguali, sono infatti conosciute come le chiese “gemelle”, ma a guardarle bene non lo sono. Papa Alessandro VII desiderava creare un punto focale per attirare l’attenzione di chi passava sulla la piazza, e decise di far edificare due chiese simmetriche. L’architetto Rainaldi, costruttore di Santa Maria dei Miracoli, però, aveva meno spazio a disposizione per la chiesa e trovò un modo geniale per risolvere il problema. Dotò l’edificio di una cupola ottagonale (quella di Santa Maria in Montesanto è dodecagonale) e di una pianta circolare, mentre l’altra è ellittica.
Una chiesa costruita su una tomba-Santa Maria del Popolo
Santa Maria del Popolo ebbe origine da una piccola cappella, fatta erigere dal Papa nel 1099, dopo la demolizione della tomba dove si riteneva fosse seppellito Nerone. Inseguito dai suoi nemici il tiranno si era fatto uccidere da uno schiavo proprio in questo luogo, che da quel giorno divenne maledetto. Intorno vi era un boschetto di pioppi, che si diceva infestato da spiriti maligni e dove, secondo il racconto popolare, per secoli si riunirono le streghe per adorare il demonio. Preoccupato dalle lamentele dei Romani spaventati, Papa Pasquale II decise di far interrompere le cerimonie pagane e dopo aver fatto esorcizzare la zona, vi fece costruire una cappella dedicata alla Vergine, primo nucleo di quella che poi, nel 1472, sarebbe diventata la basilica di Santa Maria del Popolo, il cui nome deriverebbe proprio da “pioppo”, in latino “populus”.
Una chiesa dal nome curioso-Santo Stefano del Cacco
Una chiesa dal nome singolare è sicuramente quella di Santo Stefano del Cacco. Per scoprire l’origine della sua curiosa denominazione, bisogna tornare molto indietro nel tempo, addirittura all’epoca romana, quando, proprio sul luogo della chiesa, sorgeva il tempio dedicato alla divinità egizia Iside, meglio conosciuto come Iseo Campense. Per tutto il Medioevo e fino alla metà del Cinquecento, presso la chiesa era conservata una statua senza testa del dio egizio Thoth, raffigurato sotto l’aspetto di un babbuino, o macaco. Il popolo romano lo chiamava "cacco" e tale appellativo è rimasto alla chiesa anche dopo che la scultura, nel 1562, fu portata in Campidoglio, per passare, nel 1838, nella collezione egizia del Vaticano.
Una scala verso il Paradiso-Santa Maria Scala Coeli
Il complesso abbaziale delle Tre Fontane è costituito da tre chiese: San Paolo, Santa Maria Scala Coeli e Santi Vincenzo e Anastasio alla quale sono addossati gli edifici monastici dei Cistercensi. Santa Maria Scala Coeli è la chiesa più piccola delle tre presenti nel complesso abbaziale. Una cronaca medievale tramanda che nel 1138 San Bernardo di Chiaravalle, nel luogo dove oggi sorge questa chiesa, mentre stava celebrando una messa per le anime dei defunti alla presenza di Papa Innocenzo II, ebbe una visione: in estasi, vide una scala sulla quale, in un continuo andirivieni. gli Angeli accompagnavano verso il Cielo le anime liberate dal Purgatorio. Da questo avvenimento la chiesa, che fino ad allora era dedicata a Santa Maria Annunziata, prese il nome di “Scala Coeli”.
Agrippina e Nerone-Sant'Agostino in Campo Marzio
Nella basilica, all'inizio della navata centrale, è presente una statua della Madonna con il Bambino Gesù sulle ginocchia, denominata “Madonna del Parto”. Realizzata da Jacopo Tatti, detto il Sansovino, tra il 1516 e il 1521, questa Madonna è oggetto di devozione soprattutto da parte delle partorienti, poiché ritenuta protettrice dei parti e dei nascituri. L'iscrizione del simulacro dice infatti "Virgo gloria tua partus", e cioè "O Vergine il parto è la tua gloria". Secondo una tradizione popolare l’opera scultorea avrebbe però origini pagane: infatti si racconta che il Sansovino abbia modellato questa Madonna restaurando una preesistente statua di epoca romana del I secolo d.C., raffigurante Agrippina Minore con in braccio il figlio, il futuro imperatore Nerone. Probabilmente si tratta solo di una fantasiosa diceria popolare: resta il fatto che questa statua è forse la più venerata della Madonne romane, traboccante di ex voto di ogni genere.
Un "Cordone sanitario"-San Lazzaro dei Lebbrosi
La chiesa si trova in Borgo San Lazzaro, nei pressi della via Trionfale, che rappresentava la parte finale della via Francigena, seguita dai pellegrini di tutta Europa per giungere a Roma e pregare sulle tombe degli apostoli. A Borgo San Lazzaro, oltre alla chiesa, esistevano un ospedale e altri edifici destinati ad ospitare e curare i malati, inclusi quelli affetti da lebbra. Il complesso costituiva a tutti gli effetti una barriera fisica e amministrativa alle porte di Roma: un "cordone sanitario", ovvero una struttura di isolamento e controllo, attuata tramite l'imposizione di una quarantena, finalizzata a contenere la diffusione di eventuali malattie contagiose all'interno della città di Roma. Questo tipo di isolamento era comune durante le grandi epidemie nel passato, quali quella della peste nera, o della prevenzione della diffusione della lebbra.
La "Pietra Scellerata"-Santi Vito e Modesto
Nella navata di destra della chiesa dei Santi Vito e Modesto, si conserva la cosiddetta «Pietra scellerata», collocata dietro una grata. La leggenda vuole sia servita alla tortura e morte di molti cristiani, ma in realtà si tratta di un cippo funerario con tanto di epigrafe in memoria di tale Elio Terzio Causidico. Ad ogni modo il popolo romano gli ha assegnato, fin dall'antichità, un potere miracoloso: la pietra veniva grattata e ingerita dai credenti morsi da cani rabbiosi, in quanto i due santi titolari della chiesa erano considerati protettori degli idrofobi, nonché degli affetti da epilessia e dal disturbo nervoso chiamato “ballo di san Vito”.
Le porte che suonano-San Giovanni in Fonte
Il Battistero di San Giovanni in Laterano, denominato anche San Giovanni in Fonte, è considerato il più antico del mondo e ospita una serie di bellezze architettoniche ed artistiche di grande rilievo. Ma c’è anche una piccola curiosità che rende questo sito davvero unico: le sue cosiddette “Porte che suonano”. Si narra, infatti, che aprendone lentamente i battenti e facendoli girare lentamente sui cardini, emettessero un suono talmente armonioso che sembrava essere prodotto da un organo. Il segreto stava nel fatto che i battenti non sono solo di bronzo, ma hanno anche una componente d’argento e, forse, d’oro. Lo stesso Dante Alighieri raccontava di queste porte e di questo suono quasi celestiale, che lui descrisse come porte che "cantano".
Un tempo ascoltarle, mosse dai custodi, era la gioia di tutte le scolaresche in gita; purtroppo, ai nostri giorni non è più possibile sentire tale suono a causa di un attentato accorso nel 1993 che ha danneggiato la stabilità della porta.
Una macabra spiritualità-Santo Stefano Rotondo
Consacrata in onore del primo martire, Santo Stefano, la chiesa risale al V secolo e costituisce il più antico esempio di chiesa a pianta circolare ancora presente a Roma. La sua storia spazia tra la solennità paleocristiana e inquietanti affreschi della Controriforma. In un primo momento, infatti, è la sua forma rotonda ad attrarre l’attenzione del visitatore, fino a quando non si scoprono le pareti. Queste svelano qualcosa di sconcertante e quasi macabro, ovvero un ciclo di affreschi del Pomarancio che descrivono gli innumerevoli modi in cui può essere martirizzato un povero cristiano. L’artista realizzò ben trentaquattro scene raccapriccianti del martirio di numerosi santi, con gli affreschi che ben riflettono lo spirito della Controriforma. Vengono infatti esaltati il martirio e le torture inflitte, rappresentate qui in ogni modo. Si possono vedere santi e martiri divorati da belve feroci, affogati, bolliti, bruciati, accecati, storpiati e martoriati.
Cosa determinò la scelta di rappresentare queste scene così forti? Le rappresentazioni così crude miravano a svolgere un ruolo educativo poiché intendevano avvertire i giovani sacerdoti in partenza per le missioni di evangelizzazione cristiana, sui pericoli che avrebbero potuto incontrare.
Sacro e profano-Santi Vincenzo e Anastasio a Trevi
La facciata in travertino della chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio, che si trova di fronte alla Fontana di Trevi, pienamente barocca per ricchezza ed effetti scenografici, presenta una curiosità per così dire abbastanza atipica per un edificio sacro. Infatti, la trabeazione del secondo ordine, con lo stemma del Cardinal Mazarino, primo ministro di Francia e promotore della costruzione della chiesa, è sorretta da due statue femminili a seno nudo. Altrettanto inusuale, se non di più, è il busto di giovane donna sopra al portone di ingresso che sicuramente non è certo una celestiale santa ma una molto terrena donna del Seicento: secondo la tradizione, raffigurerebbe infatti Ortensia Mancini, nipote preferita del cardinale. Ortensia fu nota nella Roma dell’epoca per la sua condotta di vita anticonvenzionale e al centro di un gran numero di scandali per le sue avventurose relazioni sentimentali.
Una testa di cervo sulla chiesa-Sant'Eustachio
Sulla sommità della chiesa di Sant’Eustachio, si può notare una testa di cervo sulla quale è posata la croce. Questa curiosità ha origine nella vita del santo, il cui vero nome era Placido che si convertì vedendo la croce di Cristo tra i palchi di un cervo. Secondo una leggenda medievale Placido, stimato soldato dell’esercito romano all’epoca di Traiano, un giorno si stava dedicando alla caccia nei pressi della Mentorella, quando avvistò un cervo. Mentre si stava avvicinando per ucciderlo, si accorse che l’animale aveva tra le corna un crocifisso, che gli si rivolse esortandolo a convertirsi. Placido, spaventato, corse a casa dalla moglie, la quale aveva avuto a sua volta una visione simile. Davanti a questi eventi i due decisero di convertirsi al cristianesimo e di farsi battezzare, prendendo con il battesimo il nome di Eustachio. Anni dopo, sotto l’imperatore Adriano, Eustachio e la sua famiglia, essendosi rifiutati di partecipare a riti in onore di Apollo, furono condannati a morte. Pare che tuttavia le fiere del Colosseo, che dovevano sbranarli, si fermarono e li lasciarono incolumi. Eustachio e la famiglia furono allora sottoposti ad una condanna altrettanto cruenta, quella di essere rinchiusi in un toro di bronzo che veniva scaldato fino ad arroventare la vittima. Ma, si narra, una volta aperto lo strumento di tortura i loro corpi risultarono privi di vita, ma intatti.
Le camicie di bronzo-Sant'Isidoro a Capo le Case
All’interno della seicentesca cappella Da Sylva, progettata dal Bernini nella chiesa di Sant’Isidoro a Capo le Case, sono presenti due figure allegoriche femminili in marmo che mostrano con naturalezza un prosperoso seno: si tratta delle rappresentazioni della Carità e della Verità. All'epoca e nei due secoli seguenti le due discinte figure non suscitarono sdegno o riprovazione agli eventuali benpensanti. Poi, intorno al 1860, si ebbe la svolta puritana: i religiosi che officiavano la chiesa ritennero troppo provocanti quelle fanciulle prosperose e le due allegorie vennero “vestite” con camicie di bronzo avvitate al marmo e dipinte in modo da sembrare originali. La cosa pare fosse anche diventata oggetto di mercimonio da parte dei sacrestani che, dietro elargizione di una mancia, svitavano le vesti bronzee dalle statue per mostrare quello che c’era sotto. Nel corso dei restauri della chiesa nel 2002, i restauratori, però, hanno eliminato “l’incamiciatura”, restituendo alle opere la loro originale nudità.
Il coro delle angiolesse-Santi Quattro Coronati
La figura dell’angelo nelle Sacre Scritture è sempre stata utilizzata come l’essere in grado di ridurre la distanza tra l’uomo e Dio. Conferirgli un’immagine umanamente comprensibile è sempre stato molto difficile. Come si evince da molti passi biblici e del Nuovo Testamento queste entità celesti sembrano possedere i connotati di persone reali, con sembianze simili a quelle umane. L’arcangelo Gabriele che annuncia a Maria la gravidanza, o quello che invita i pastori alla grotta di Betlemme, oppure quello che appare alle pie donne che si recano al sepolcro, sono tutti indicati semplicemente come “angeli”, presumibilmente con fattezze umane in quanto indossano anche abiti, ma senza che se ne sia data una descrizione morfologia precisa. Poi, con o senza ali, nei secoli, l’angelo nella storia dell’arte diviene protagonista indiscusso e quasi onnipresente delle raffigurazioni sacre. Sebbene siano spesso individuabili con il loro specifico genere, maschile per lo più, a volte sono stati raffigurati anche con sembianze femminili, specie tra il Cinquecento e Seicento. Non deve quindi sorprendere né destare sospetti di “eresie” se, intorno al 1630, Giovanni Mannozzi, abbia raffigurato l’abside della basilica dei Santi Quattro Coronati con la “Gloria di tutti i Santi” con la notevole particolarità che alcuni degli angeli raffigurati sono di sesso femminile. Per questo tale opera fu subito soprannominata il “Coro delle Angiolesse”.
Il teschio degli innamorati-Santa Maria in Cosmedin
Nella cripta di Santa Maria in Cosmedin è conservato un teschio davvero particolare che viene mostrato al pubblico soltanto una volta l’anno: il 14 febbraio, per poi essere di nuovo riposto. La tradizione vuole che si tratti del teschio di San Valentino, il santo universalmente riconosciuto come patrono dell’amore e degli innamorati. Ma si tratta veramente del teschio di San Valentino?
Sebbene il corpo del santo sia in realtà conservato a Terni, luogo d’origine del Vescovo, quel ritrovamento venne subito associato al santo. Ma è frutto di un errore di epoca medievale; quella reliquia, infatti, non sarebbe di San Valentino, o meglio non del santo degli innamorati, ma di un omonimo, un altro Valentino, rispetto a quello che viene definito “santo”. A partire dal Medioevo e fino al XVI secolo furono riportate in superficie, infatti, tantissime necropoli sul luogo. La convinzione, che cominciò a diffondersi in quegli anni, era che i resti di quei corpi fossero di alcuni cristiani martirizzati dai romani; da questa credenza si cominciò a venerarli, considerandoli vere e proprie reliquie sante.
Tecnicamente, però, non lo erano affatto: erano le spoglie di persone comuni. Così, quel Valentino, ogni anno venerato nella chiesa e messo in mostra, non è il vero San Valentino. E, anche se resta bello credere lo sia, soprattutto per il valore simbolico che ormai hai assunto, l’associazione deve ritenersi infondata.
Una forma d'arte inquietante-Santa Maria dell'Immacolata Concezione
Quando si entra nella Cripta dei Frati Cappuccini, in Santa Maria dell’Immacolata Concezione a via Veneto, si rimane immediatamente colpiti dal fatto che le pareti, il soffitto e persino l'arredamento sono decorati con ossa umane. Si stima che le ossa di oltre 4.000 frati cappuccini, morti tra il Cinquecento e l’Ottocento, siano state utilizzate per creare questo incredibile allestimento.
L'iscrizione all'entrata della cripta così recita: "Noi eravamo ciò che voi siete, e voi sarete ciò che noi siamo".
Le ossa sono disposte in modo da creare complessi motivi ornamentali e perfino quadri. Ci sono teschi, femori, bacini e altre ossa, tutte collocate in modo intricato. In alcune nicchie sono presenti addirittura scheletri interi vestiti con il tipico saio francescano: questo esempio di "arte macabra" ha suscitato curiosità e stupore nel corso dei secoli.
L'arte delle ossa umane può sembrare inquietante, ma ha un messaggio profondo in quanto vuole ricordare la transitorietà della vita umana e la necessità di riflettere sulla inevitabile mortalità, trasformando la morte in un'opera d'arte e invitando alla meditazione sulla spiritualità.
Una strana cerimonia-Santi XII Apostoli
Nel XV secolo, a Roma, si svolgevano cerimonie e funzioni religiose che, seppur comuni per l'epoca, possono apparire per lo meno singolari agli occhi di un osservatore moderno. Una di queste celebrazioni aveva luogo nella basilica dei Santi XII Apostoli il giorno dei santi Filippi e Giacomo. Ogni primo maggio dall'alto della chiesa venivano lanciati sui presenti quaglie, pernici, pavoni e altri volatili, che dovevano essere catturati a forza da coloro che volevano arricchire la propria mensa. Terminata questa gara si faceva poi quella della cuccagna. Dal soffitto della navata centrale si faceva pendere, legato ad una fune, un maiale. Al contempo, da aperture praticate nel soffitto, alcuni inservienti gettavano recipienti pieni d’acqua sui contendenti che cercavano di risalire la corda insaponata fissata al pavimento con un anello di ferro. Intorno a questo palo della cuccagna era eretto uno steccato, per lasciare liberi i contendenti, ma il diluvio d’acqua colpiva non solo gli arrampicatori ma anche gli astanti, che però non se ne preoccupavano e non abbandonavano il posto conquistato finché uno dei concorrenti non riusciva a tagliare con un coltello i legami che reggevano il maiale. E questo per lunghi anni, ogni 1° maggio, fino al 1526.
Le catene dei pirati-Santa Caterina della Rota
Il nome originario della chiesa, sorta tra il IX e X secolo e rinnovata alla fine del XVI, era originariamente detta "Santa Maria in Cateneri" o "in Catenariis". Annesso alla chiesa si trovava un ricovero per gli schiavi liberati dalla prigionia cui erano stati relegati dai pirati barbareschi. Le catene si riferiscono all’usanza di alcuni prigionieri liberati di appendere le loro catene all'altare della Vergine come ringraziamento della riacquistata libertà. Questa tradizione ha trasformato nel tempo il nome della chiesa, portando all'evoluzione in "Caterina" e sostituendo il culto di Maria con quello di Santa Caterina d'Alessandria, martirizzata tramite il supplizio della ruota.
Il campanile ballerino-Sant'Andrea delle Fratte
Il campanile della chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, realizzato da Francesco Borromini nel 1659, è stato interessato per secoli da un incredibile fenomeno di “elasticità edilizia”. In sostanza, questo campanile su tre ordini, sorretto in primo luogo da colonne corinzie e poi da otto cariatidi, oscillava in modo chiaramente visibile, ogni volta che le campane suonavano. Da qui deriva l’appellativo di “campanile ballerino”. Non si trattava di un difetto di progettazione e fabbricazione altrimenti questa struttura non avrebbe retto gli oltre quattrocento anni di storia che la separano dalla sua costruzione; probabilmente il tutto era stato calcolato dal geniale architetto.
Ai nostri giorni questa vibrazione, purtroppo, difficilmente è visibile; al suono delle campane il campanile rimane immobile, perché il suono è originato ormai da un disco registrato.
Napoleone nel Mar Rosso-Santa Sabina
Uno dei tesori della chiesa di Santa Sabina sull’Aventino è il suo portale laterale in legno, risalente a V secolo e diviso in pannelli scolpiti; le scene raffigurate nei singoli riquadri si riferiscono a fatti dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Nella scena di uno dei pannelli centrale è raffigurato Mosè intento ad attraversare il Mar Rosso inseguito dall’esercito egiziano. Ma se ci si avvicina al riquadro, non potrà sfuggire che il viso del faraone che guida il carro ha i lineamenti di un personaggio storico molto noto, ma vissuto molti secoli dopo.
Il restauratore che curò i lavori di restauro del portale nel 1836 doveva nutrire una particolare avversione verso nei confronti di Napoleone Bonaparte: per questo decise di ritoccare il bassorilievo del portale, rappresentando il faraone mentre annegava travolto dalle onde del mar Rosso con il viso di Napoleone, defunto quindici anni prima, in segno di astio politico verso il personaggio.
La palla del miracolo-San Bartolomeo all'Isola
La chiesa di San Bartolomeo all’Isola custodisce al suo interno anche un cimelio bellico del 1849.
In una delle cappelle si può trovare, incastrata nell’esatto punto in cui l’ha colpita, una palla di cannone del diametro di 14 cm, sparata dai Francesi che assediavano la città, con l’appoggio di Papa Pio IX, nel tentativo di mettere fine all’esperimento della Repubblica Romana, nata soltanto cinque mesi prima. Partito dalla via Aurelia Antica, il proiettile si abbatté contro la chiesa, attraversando il muro e finendo la sua corsa sull’altare della Cappella della Vergine. Il tutto avvenne in un momento in cui la chiesa era affollatissima, ma fortunatamente non ci furono vittime (ecco perché “palla del miracolo”). Il proiettile è stato murato nella parete sinistra della Cappella e ad esso è stata aggiunta una epigrafe commemorativa. Il miracolo è insito nel fatto che la palla di cannone non abbia provocato alcun danno e nessuna vittima tra le tante persone presenti al momento dell’impatto: così si decise di conservare la palla di cannone nel muro della chiesa e di darle l’appellativo di “palla del miracolo”.
Le impronte di San Pietro-Santa Francesca Romana
Sulla parete del transetto della basilica si trova una lastra di basalto sulla quale, secondo la tradizione popolare, sono le impronte delle ginocchia di S. Pietro. Si racconta infatti che in questo punto della città sia avvenuto il confronto tra S. Pietro e Simon Mago in cui quest’ultimo volle dimostrare il suo potere dando prova di essere capace di levitare. Mentre procedeva col suo tentativo S. Pietro si inginocchiò pregando Dio di punire la superbia di Simon Mago, che infatti precipitò rovinosamente a terra e morì. La pietra che si trova nella basilica è quella dove S. Pietro si sarebbe inginocchiato raccogliendosi in preghiera. Come è riportato nella scritta che sovrasta la reliquia:
"IN QUESTE PIETRE POSE LE GINOCHIA
SAN PIETRO QUANDO I DEMONII PORT[ARONO] SIMON MAGO PER ARIA"
Una Scala Santa di consolazione-San Giuseppe a Capo le Case
Nella chiesa di San Giuseppe a Capo le Case, una porta che si trova nell’antico coro delle religiose carmelitane, dà accesso al vero tesoro della chiesa: la piccola Scala Santa fatta costruire nel 1717. Si tratta di riproduzione, pur se di misure inferiori, di quella più famosa che si trova davanti la Basilica di San Giovanni in Laterano. L’opera è visibile anche dall’interno della chiesa grazie ad una vetrata dietro l’altare maggiore.
Nelle cronache del convento viene definita “una Scala Santa per consolazione comune di questo nostro monastero”, in quanto fu costruita perché, poiché le suore essendo in clausura, non potevano andare in pellegrinaggio alla Scala Santa originale. Nella cappellina al culmine della Scala Santa è custodita in un contenitore di vetro la reliquia costituita da un pezzo di stoffa intriso del sangue di Gesù, che secondo la tradizione uscì dal suo costato dopo il colpo di lancia del soldato Longino.
Il piede di Maria Maddalena-San Giovanni Battista dei Fiorentini
Una delle reliquie più curiose di tutta Roma è conservata nella Basilica di San Giovanni dei Fiorentini: si tratta di un’urna che contiene e alcune ossa del piede di Maria Maddalena. Perché questa parte del suo corpo è particolarmente venerata? Perché secondo il Nuovo Testamento fu lei, Maria di Magdala, la prima a entrare nel sepolcro del Cristo, muovendo i primi passi proprio con quel piede. Un potente simbolo di redenzione come la Maddalena che ebbe la possibilità, lei per prima, di verificare con i propri occhi il significato della Salvezza, la Resurrezione del Cristo.
Secondo un'antica tradizione Maria Maddalena passò i suoi ultimi giorni di vita ad Efeso; la casa dove morì fu resa sacra e poi trasformata in un santuario. Nel IX secolo i suoi resti furono traslati a Costantinopoli ed in seguito donati al re di Francia che, nel suo lungo viaggio di ritorno tra Costantinopoli e la sua corte, passò per Roma. Fu qui che decise di donare al pontefice un pezzo del corpo, il piede in questione. Fu appositamente costruito un reliquario ospitato in una cappella, costruita nei pressi di Ponte Sant'Angelo. Cappella e reliquia vennero nel tempo dimenticati: il reliquiario fu riscoperto solo in occasione del Giubileo del 2000 e posto nella basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini nel 2012.
Il cimitero dei morti dimenticati-Santa Maria dell'Orazione e Morte
La chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte in Via Giulia fu eretta nel Cinquecento dall’omonima confraternita sulle rive del Tevere per raccogliere, nel suo cimitero, i cadaveri di sconosciuti trovati in campagna o annegati nel fiume.
A uno dei lati del portale d’ingresso una targa reca inciso un macabro “Hodie mihi cras tibi” che significa “Oggi a me domani a te”, come a ricordare che il tempo fugge e che prima o poi quella sarà la fine di tutti. Il cimitero vero e proprio era sul lato prospiciente il Tevere e andò distrutto alla fine dell’Ottocento con la costruzione dei muraglioni del Tevere, Si conserva invece la parte sotterranea, dove oggi vi è la cripta della chiesa: qui furono inumate, dalla metà del Cinquecento fino alla fine dell’Ottocento, più di 8000 salme. Vi si conservano teschi, femori e ossa di ogni genere; in un angolo si trova una sorta di libreria a scaffali dove, al posto di antichi volumi, sono sistemati, uno accanto all’altro, un gran numero di teschi, alcuni con inciso sulla fronte l’anno di morte e la causa del decesso. Erano resti di individui di cui non si sapeva neppure il nome, raccolti pietosamente dai confratelli e li deposti. All’altro lato del portale, un angelo-scheletro è inciso sulla cassetta per la carità che recita: “Elemosina per i poveri morti che si pigliano in campagna, 1694”. Ancora oggi, nella chiesa si celebrano messe in suffragio dei defunti, specialmente nei giorni dedicati alla commemorazione dei morti. L’atmosfera che si respira è quella di un luogo fuori dal tempo, dove il silenzio e la penombra invitano alla riflessione.