Racconti
Storie
Molte vicende legate alla storia delle chiese di Roma hanno generato racconti che vivono ormai nelle leggende: non mancano infatti personaggi e misteri che ancora oggi suscitano la curiosità di chi ne ha sentito casualmente parlare, perché sembrano raccontare fatti che svelano nella sua completezza l’anima più profonda della città eterna.
Il Bambinello nel fienile-Santa Maria ai Monti
Nel luogo in cui sorse la chiesa vi era un antico monastero del XIII secolo che ospitava una comunità di Clarisse. All’inizio del XV secolo, in una sala del monastero, era posto un affresco con l’immagine della Madonna con il Bambino e alcuni Santi. Quando la comunità delle Clarisse lasciò il complesso, le sale del monastero furono adibite sia ad abitazioni che ad altri scopi e addirittura una, come la sala dell’affresco, fu utilizzata come fienile. Ma proprio lì, davanti a questa immagine, un giorno di aprile del 1579 l'edificio fu interessato da numerose scosse, simili ad un terremoto, e tutti gli abitanti pensarono fosse infestato dagli spiriti. Si udì anche una voce che pregava di non far male al bambino: a parlare era stato l’affresco rappresentante la Vergine con il Bambino, rinvenuto nella cavità di un muro. La notizia, naturalmente, si sparse per tutta Roma, richiamando un gran numero di persone ed iniziarono a verificarsi guarigioni miracolose. Il ripetersi dei miracoli e la gran folla che ogni giorno si accalcava dinanzi alla casa convinsero papa Gregorio XIII a far rimuovere l’affresco e a dare incarico a Giacomo della Porta, che aveva già portato a compimento la costruzione della chiesa del Gesù, di costruire la chiesa di Santa Maria ai Monti dove custodire l’immagine miracolosa della Vergine col Bambino.
Il Crocifisso di S. Camillo-Santa Maria Maddalena in Campo Marzio
Sull’altare dell’omonima cappella è conservato il Crocifisso realizzato da autore ignoto su un pezzo di legno intero in pino, che Camillo trovò nell’ospedale San Giacomo e che custodì gelosamente, portandolo con sé quando lasciò quell’ospedale. Si racconta che il Crocifisso abbia parlato al santo in uno dei momenti di grande sofferenza, quando Camillo fosse in ginocchio davanti al crocefisso piangendo e pregando, implorando luce per decidere della sua vita. In quel momento sentì che il Crocefisso allargò le braccia dalla croce e lo abbracciò confortandolo con la frase “Vai avanti, pusillanime! L’opera è mia non tua, non aver paura, coraggio”. Questo coraggio accompagnò poi Camillo per tutta la sua vita.
S. Domenico a Santa Sabina
Al ricordo di S. Domenico sono legate due storie relative alla basilica di Santa Sabina. Nel chiostro si trova una pianta di arancio dolce, secondo la tradizione domenicana piantata nel 1220 da S. Domenico, che in questa chiesa visse ed operò e nella quale ancora oggi si conserva la cella, trasformata in cappella. Si racconta che il santo avesse portato con sé un seme dell’arancio dalla Spagna, sua terra d’origine, e che questa specie di frutto sia stato il primo ad essere trapiantato in Italia. L’arancio, visibile dalla chiesa attraverso un buco nel muro, protetto da un vetro, di fronte al portale ligneo, è considerato miracoloso perché, a distanza di secoli, ha continuato a dare frutti attraverso altri alberi rinati sull'originale, una volta seccato. La tradizione vuole che le cinque arance candite, donate da S. Caterina da Siena a papa Urbano VI nel 1379, siano state colte dalla santa proprio da questa pianta.
Sempre a S. Domenico è legata anche la storia della pietra nera di forma rotonda su una colonna a sinistra della porta di ingresso: è chiamata Lapis Diaboli, ossia "pietra del diavolo" perché, secondo la leggenda, sarebbe stata scagliata dal diavolo contro S. Domenico mentre pregava sulla lastra marmorea che copriva le ossa di alcuni martiri, mandandola in pezzi. In realtà la lapide fu spezzata dall’architetto Domenico Fontana durante il restauro del 1527 per spostare la sepoltura dei martiri. Egli poi gettò via i frammenti, successivamente ritrovati e ricomposti, oggi visibili al centro della schola cantorum.
La predica alle cortigiane-San'Agostino in Campo Marzio
Nella chiesa di Sant'Agostino in Campo Marzio, oltre a quella di Santa Monica, vi sono altre sepolture illustri, ma è curioso che insieme alle spoglie di santi e cardinali vi giacciano anche le salme di famose cortigiane di alto bordo, come Fiammetta, amante preferita di Cesare Borgia. Occorre considerare d’altronde che Sant’Agostino era la chiesa dove si tenevano le prediche alle cortigiane: per favorirne il ritorno alla vita onesta, cui si dava carattere e importanza di conversione, esse erano obbligate ad assistere, specialmente nel periodo quaresimale, ad apposite prediche. Le cortigiane venivano sistemate nelle prime file, non tanto per tenerle vicine al Signore, quanto perché il resto dei fedeli, nel rivolgere continuamente lo sguardo verso di loro, non si distraesse nel corso delle funzioni religiose. Contrariamente a quelli riservati agli ebrei, questi sermoni furono a un certo punto soppressi proprio per la grande calca che si creava all'interno e all'esterno della chiesa.
Il Bambinello di Santa Maria in Aracoeli
La chiesa di Santa Maria in Aracoeli sulla cima del Campidoglio custodisce una delle icone più venerate dai cittadini romani. Benedice la città di Roma nel giorno dell'Epifania e riceve ex voto da fedeli di tutto il mondo che si affidano ai poteri miracolosi che la tradizione gli attribuisce. Si tratta della statua lignea del Santo Bambino che la tradizione vuole abbia poteri miracolosi, in grado di concedere grazie e guarire dalle malattie. Una leggenda narra persino che le sue labbra cambiassero colore diventando rosse quando stava per essere concessa una grazia e pallide quando, invece, non c'era più speranza. Le origini di questa icona amatissima dai Romani ma conosciuta in tutto il mondo sono avvolte nel mistero: si narra che il Santo Bambino originale fosse stato intagliato da un frate francescano nel legno di un ulivo del Getsemani sul finire del XV secolo. Per paura di non riuscire a dipingerlo come avrebbe voluto, una sera, prima di coricarsi, pregò il Bambino affinchè gli desse l'ispirazione. Il mattino seguente trovò la statua miracolosamente dipinta. L’intera scultura nei secoli è stata ricoperta di ex voto e ha ricevuto una moltitudine di lettere dai bambini di tutto il mondo. Purtroppo, nel 1994, la statua venne trafugata ed oggi non ne resta che una copia che non ha comunque perso l'enorme impatto mistico ed emotivo sui suoi fedeli e che in pochi anni è stata già nuovamente coperta di ex voto.
La Madonna sotto una scala-Santa Maria della Scala
Le origini di Santa Maria della Scala risalgono ad un evento accaduto nel 1592 quando una donna di nome Cornelia iniziò qui a pregare di fronte a un'immagine della Madonna che si trovava sotto a una scala di una casetta vicina, chiedendo una grazia per la sua bambina. La tradizione afferma che, a seguito delle preghiere della donna, questa icona avrebbe miracolosamente guarito la bambina che, nata muta, avrebbe iniziato a parlare. L'evento fu visto come un miracolo e questa zona divenne oggetto di pellegrinaggi da tutta Roma, tanto che Papa Clemente VIII decise di costruirvi una chiesa, detta appunto della Scala.
La campana del Tasso-Sant'Onofrio al Gianicolo
Si racconta che la campana più piccola del campanile della chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo, abbia a lungo suonato nel 1595, accompagnando Torquato Tasso nei suoi ultimi momenti di vita. A questa campana è legato anche un aneddoto: nel 1849 i garibaldini requisirono alcune campane per forgiare i cannoni ma quando si presentarono nella chiesa di S. Onofrio incontrarono la ferrea resistenza del superiore del convento, che supplicò loro di non distruggere la piccola campana tanto legata alla memoria del poeta. Garibaldi, commosso, ordinò: "Le campane che suonarono l'agonia del Tasso sono sacre: siano rispettate!".
La pietra galleggiante-Santa Maria in Via
La chiesa di Santa Maria in Via deve la sua fama a un evento miracoloso. Infatti, nel sito ove oggi sorge l'edificio sacro in passato vi erano le stalle del palazzo del cardinale Pietro Capocci. Si racconta che, nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1256, un servo del prelato, per sbaglio o forse volontariamente, fece cadere nel pozzo situato nelle stalle un'immagine della Madonna, dipinta su una lastra di ardesia. Prima ancora che la lastra avesse toccato il fondo del pozzo, le acque, rigurgitando improvvisamente e in maniera abbondante, l'avevano riportata in superficie. Il Capocci, avvisato dell'avvenimento, accorse immediatamente in quel luogo e raccolto il dipinto, la fuoriuscita dell'acqua terminò all’istante. Il cardinale, dopo aver informato dell'evento papa Alessandro IV, decise di far erigere una cappella intorno al pozzo miracoloso, da consacrare a Maria Vergine. Successivamente fu eretta la chiesa, ma sull'altare della cappella c'è ancora la pietra recante l'immagine della Vergine.
La campana della "sperduta"-Santa Maria Maggiore
Il campanile della basilica di Santa Maria Maggiore, alto 75 metri, è il più alto di Roma. La campana maggiore è detta “La Sperduta” e suona dopo le 21.00 per ricordare la storia della pellegrina che giunta a Roma a piedi nel XVI secolo fu sorpresa dal calare della notte alla periferia della città, nella zona dell’attuale via dei Cessati Spiriti, all’epoca aperta campagna. Spaventata e preoccupata di non riuscire a riprendere il suo cammino, erano ormai le due di notte, si rivolse in preghiera alla Vergine Maria e improvvisamente sentì la campana della basilica suonare e, seguendone i rintocchi, si ritrovò nella piazza di Santa Maria Maggiore e fu salva. La pellegrina in segno di gratitudine lasciò una rendita alla basilica affinché la campana suonasse ogni notte alle ore 2.00; poi l’orario fu convertito alle ore 21.00.
Una grande rivalità-Sant'Agnese in Agone
Una leggenda popolare tesa a sottolineare la rivalità tra Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini vorrebbe che la figura del Nilo nella fontana dei Quattro Fiumi, stia con il capo velato per non guardare la chiesa di Sant'Agnese ritenuta una bruttura dal Bernini e la statua del Rio de la Plata con il braccio alzato e la mano rivolta verso l'edificio sacro a esprimere il timore che questo crollasse. In realtà si tratta solo di una leggenda, in quanto la fontana venne inaugurata nel giugno 1651, mentre la prima pietra della chiesa fu posta nell'agosto 1652 e l'incarico al Borromini fu affidato solo nell'estate del 1653.
La Madonna consolatrice-Santa Maria della Consolazione
Il monte Tarpeo, nella storia di Roma, è stato uno dei luoghi riservati alle esecuzioni capitali. Nel 1385, il nobile Giordanello degli Alberini, in attesa di venire giustiziato, dispose nel suo testamento il lascito di due fiorini d'oro affinché fosse qui dipinta un'immagine di Maria Vergine, in modo che i condannati, prima di venire giustiziati, vedendo quell'immagine, avessero avuto la possibilità di pregare e attingere coraggio per quegli ultimi istanti di vita. La piccola icona fu realizzata sul muro esterno di un granaio che si trovava proprio sotto la Rupe Tarpea, e qui vi rimase per quasi un secolo. Il 26 giugno 1470 un fatto strepitoso richiamò l'attenzione di molti romani a quell'immagine. Era stato accusato di omicidio, assieme ad altri, un giovane. I suoi compagni l'avevano proclamato innocente, lui sottoposto alla tortura, s'era confessato colpevole, pur essendo effettivamente innocente, e condannato alla forca. Per arrivare al luogo dell'impiccagione, mentre la carretta che trasportava i condannati passava accanto alla sacra immagine, il giovane condannato alzò occhi imploranti all'immagine della Madonna e La invocò che si facesse luce sulla sua innocenza; continuò poi quelle preghiere che aveva iniziato davanti all'edicola sino al luogo del supplizio. Quando la corda strinse il collo si constatò che non stava soffocando nonostante penzolasse e quindi venne immediatamente liberato. Il giovane raccontò che la Madonna gli aveva parlato, dicendo "Vai, perché sei consolato!", e una mano invisibile lo aveva sostenuto. Subito si sparse per la città la notizia dello straordinario prodigio del giovane non strangolato dal capestro. Il popolo, preso dall'entusiasmo, accorse a vedere l'immagine mariana e alla curiosità subentrò la devozione. Da allora s'intensificò la venerazione a quell'immagine che s'incominciò a chiamare la “Madonna della Consolazione”.
Il diavolo e S. Gregorio Magno-Sant'Agata dei Goti
Narrano le cronache del tempo che quando la chiesa di Sant’Agata, in cui si praticava l’eresia ariana da parte della comunità gotica di Roma, venne riconsacrata nel 593 con il titolo attuale da S. Gregorio Magno al cattolicesimo accadde un evento stupefacente.
Sembra, infatti, che non fu facile scacciare dalla chiesa il diavolo che vi si era insediato. Quando S. Gregorio benedì la chiesa, si vide correre per la navata una scrofa urlante, evidentemente il demonio in forma porcina, che riempì l'edificio di fumi di zolfo. Per tre notti gli abitanti delle case vicine udirono provenire dalla chiesa rumori spaventosi. Al terzo giorno, finalmente, una nube che spandeva profumi venne a posarsi sull’altare e la chiesa fu liberata dalla presenza demoniaca.
La Medaglia del Miracolo -Sant'Andrea delle Fratte
Il 20 gennaio 1842, la Vergine Maria apparve all’ebreo Alfonso Ratisbonne, in visita a Roma. Costui, fortemente ostile alla religione cattolica, indossava per scherno una Medaglia che gli era stata donata con fede da alcuni amici. Entrato nella chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, vide una Donna nella cappella allora dedicata all’Arcangelo Michele che gli fece segno con il dito di inginocchiarsi. Il frutto di questo gesto fu l’immediata conversione dell’uomo che appena ripresosi dallo stupore chiese di potersi confessare e battezzare e divenne in seguito sacerdote. L’apparizione e la conversione furono oggetto di verifica dell’autenticità nell’ambito di un processo Canonico e il successivo riconoscimento ufficiale del miracolo contribuì ad accrescere ulteriormente la devozione verso la Medaglia Miracolosa. Per questa ragione, la basilica di Sant’Andrea delle Fratte è anche considerata la Lourdes romana poiché l'apparizione della Madonna rientrerebbe nella fenomenologia legata alla proclamazione nel 1854 del dogma dell’Immacolata Concezione.
Le catene di S. Pietro -San Pietro in Vincoli
Nel IV secolo, dove oggi si trova la basilica di San Pietro in Vincoli, sorgeva un titulus dedicato agli apostoli, andato distrutto per ragioni non chiare. Licinia Eudossia, figlia dell’imperatore Teodosio II e moglie di Valentiniano III, la fece ricostruire come basilica tra il 422 e il 470. La tradizione vuole che la giovane imperatrice abbia voluto donare a S. Leone Magno le catene che avevano tenuto legato S. Pietro durante la sua prigionia a Gerusalemme, dove erano state rinvenute dalla madre Elia Eudossia. Avendo avuto il pontefice dei dubbi sull'autenticità delle catene, queste, avvicinate da S. Leone Magno a quelle relative alla prigionia romana dell'apostolo nel carcere Mamertino, si sarebbero miracolosamente fuse in una sola, qui tuttora conservata. A ricordo dell'evento con l’’affermarsi del culto delle catene (vincula) ivi custodite, la basilica cambiò la sua denominazione.
La scala di S. Alessio-Santi Bonifacio e Alessio
La leggenda racconta che Alessio, figlio di Eufemiano, ricco patrizio romano residente dell’Aventino, sentendosi chiamato a una vita di contemplazione e di carità, si allontanò proprio alla vigilia delle nozze combinate con una nobile giovane, e si recò ad Edessa, in Siria. Dopo 17 anni, provando disagio per la popolarità acquistata con la sua vita santa, si fece di nuovo pellegrino e tornò presso la casa paterna di Roma, dove visse per altri 17 anni, non riconosciuto dai suoi, trovando alloggio. in cambio di umili lavori, in un sottoscala vicino ad un pozzo che utilizzò per lavarsi e dissetarsi.. Alla sua morte, richiamata da un miracoloso suono di campane, accorse moltissima gente tra cui anche il pontefice che trovò tra le mani di Alessio una lettera nella quale, nel finire dei suoi giorni, aveva scritto la verità sulla sua identità, la rinuncia al matrimonio e la partenza a Edessa, provocando il dolore dei genitori che non avevano saputo riconoscere in quel mendicante il loro figlio.
Il carro delle Monache-Santa Maria in Campo Marzio
La tradizione narra che le suore basiliane provenienti da Costantinopoli, giunte a Roma con tre preziose reliquie, una “Madonna Advocata” (dipinta, secondo la leggenda, da S. Luca), la testa di S. Quirico ed il corpo di S. Gregorio Nazianzeno, avevano deciso di farsi ricevere da papa Zaccaria per chiedere ricovero, ma il carro che trasportava tutti i loro oggetti ed arredi sacri si impantanò in una palude in Campo Marzio e nessuno riuscì più a smuoverlo. In seguito a questo avvenimento, interpretato unanimemente come un segno divino, il pontefice affidò loro una piccola chiesetta dedicata all’Immacolata Concezione che sorgeva poco distante dalla palude. Le suore restaurarono la piccola chiesa, ed accanto fondarono un monastero ed un oratorio, dove venne collocata l’icona della “Madonna Advocata”.
In tredici a tavola-Santa Barbara al Celio
Nella cappella di Santa Barbara al Celio, si conserva il “Triclinio”, la tavola di marmo sulla quale S. Gregorio Magno e sua madre S. Silvia servivano personalmente il pranzo a dodici poveri. Un giorno, però, apparve un tredicesimo commensale: si trattava di un angelo, al quale Gregorio servì ugualmente il pranzo. In memoria di questo fatto, ogni Giovedì Santo, il papa serviva su questa tavola il pranzo a tredici poveri, ma l’uso cessò dopo il 1870. Dal fatto miracoloso discende, si dice, la superstizione dell’evitare di essere tredici a tavola: in origine, lo si fece per rispetto religioso all’angelo, non volendo ripetere ciò che era accaduto per origine divina, ma, in seguito, la cosa prese significato di malocchio e sfortuna.
Papa Sisto IV e i temporali-Santa Maria del Buon Aiuto all'Anfiteatro Castrense
Papa Sisto IV (1471 – 84) aveva il terrore dei temporali. Secondo alcuni documenti d’archivio, un giorno, mentre percorreva a piedi il tragitto tra le basiliche di San Giovanni in Laterano a Santa Croce in Gerusalemme, fu colto all’improvviso da un violento nubifragio, accompagnato da fortissime scariche di fulmini. Fortunatamente, lungo quel tratto di strada, c’era un’edicola, coperta da una tettoia, con un’immagine della Madonna, opera di Antoniazzo Romano, che garantì un provvidenziale riparo al Papa. Scampato il pericolo, Sisto IV volle far trasferire l’affresco nella piccola chiesa che fece erigere a breve distanza, dedicandola alla Madonna del Buon Aiuto.
Il sinodo del cadavere -San Giovanni in Laterano
Nella basilica di San Giovanni in Laterano si tenne nell’897 il Sinodo del cadavere, noto anche come Concilio cadaverico: si tratta del nome attribuito al processo istruito post mortem a carico di papa Formoso morto nell’896 e accusato dopo la sua dipartita, di essere salito al soglio pontificio in maniera sacrilega nel contesto delle lotte di alcune potenti famiglie costantemente impegnate nella conquista del trono papale. Il suo successore, Stefano VI, spinto dai sentimenti di odio verso Formoso, decise allora di riesumare il cadavere dal sepolcro, abbigliarlo con i paramenti sacri, e metterlo su un trono nella sala del concilio, in modo che tutta l’assemblea dei prelati potesse giudicarlo. Durante il processo papa Formoso fu dichiarato colpevole ed indegno del pontificato: i paramenti gli furono strappati, le tre dita con cui impartiva le benedizioni mozzate, ed il cadavere trascinato per le vie di Roma e gettato nel Tevere. Il processo, con il conseguente strazio del cadavere, suscitò una rivolta popolare in tutta Roma, ed un'ondata di indignazione che spinse il popolo alla vendetta per il misfatto compiuto. Papa Stefano ne subì direttamente le conseguenze: venne deposto e imprigionato a Castel Sant'Angelo, dove venne ucciso per strangolamento. L’anno dopo, Giovanni IX riabilitò Formoso e proibì ogni futuro processo contro persone morte. Nel frattempo, le spoglie di Formoso, ritrovate da alcuni pescatori presso Ostia, alla foce del Tevere, erano state nuovamente sepolte nella basilica di San Pietro accanto agli altri pontefici.
Le lacrime della Madonna -Santa Maria del Pianto
La chiesa di Santa Maria del Pianto deve il suo nome ad un fatto di sangue tra due giovani, avvenuto il 10 gennaio 1546. In quel giorno, tra loro era scoppiata una furiosa lite e uno dei due, estratto un pugnale, stava per uccidere l’altro che supplicò l’avversario di fermarsi in nome della Vergine Maria raffigurata in un affresco con il Bambino in braccio su una parete di un edificio della strada. L’uomo che stava per ferire, all'invocazione di clemenza fatta in nome della Madonna, gettò il pugnale per terra e aiutò il rivale ad alzarsi porgendogli la mano in segno di riconciliazione ma l’altro, che prima era vittima, si fece carnefice di quello che ora era divenuto benefattore e l’uccise sotto gli occhi di Colei a cui prima s’era appellato. Di fronte all’inganno e all’ingratitudine, si racconta che l’immagine della Madonna iniziò a piangere e le lacrime furono raccolte in un fazzoletto da un sacerdote che aveva assistito al fatto. Il pianto durò tre giorni e vi assisterono migliaia di persone, tanto che il miracolo fu registrato in molti verbali delle forze dell’ordine.
La notizia del pianto miracoloso della Madonna si propagò rapidamente per tutta Roma e diede impulso alla costruzione della Chiesa di Santa Maria del Pianto.
La Madonna della Lampada -San Giovanni Calibita
Sull'Isola Tiberina si trova un'immagine della Vergine con il Bambino, oggetto da secoli di grande devozione: la Madonna della Lampada. La sua storia, intrecciata con leggende e miracoli, la rende un luogo di grande suggestione e spiritualità. L'affresco mariano, risalente al XIII secolo, era originariamente collocato in una nicchia vicino a Ponte Quattro Capi. Secondo la tradizione, durante un'inondazione del Tevere nel 1557, l'immagine venne completamente sommersa dalle acque. Miracolosamente, però, l'affresco rimase intatto e la lampada ad olio che ardeva davanti ad esso non si spense. Questo evento prodigioso segnò la nascita del culto della Madonna della Lampada, divenuta simbolo di speranza e protezione per la città di Roma. Dopo il miracolo del 1557, l'affresco fu trasferito nella chiesa di San Giovanni Calibita e, all'esterno, alla base del campanile della chiesa, fu posta a ricordo una copia dell’immagine.
Il tesoro di via Monte Polacco -Santi Gioacchino e Anna ai Monti
Nel cuore del Rione Monti, a destra della chiesa dei Santi Anna e Gioacchino, proprio all’inizio di via in Selci, c’è una rampa di scale dal curioso nome di via del Monte Polacco. Per scoprire l’origine del toponimo bisogna risalire al 1744, quando nel convento annesso alla chiesa fu scoperto uno straordinario tesoro di sculture, argenterie e oreficerie della seconda metà del IV secolo d.C., andato poi disperso in varie collezioni.
Era il sontuoso corredo nuziale appartenuto a due giovani cristiani, Secundus e Proiecta, della famiglia degli Aproniani. I loro nomi sono incisi anche sullo splendido cofanetto in argento, decorato a sbalzo e dorato, oggi al British Museum di Londra, che doveva contenere oggetti da toilette. Per una volta, quindi, non ci dovrebbero essere dubbi sull’identità dei proprietari. Eppure, il popolino ha dato vita a una strana leggenda secondo la quale i preziosi oggetti sarebbero appartenuti a un fantomatico re polacco, il cui ricordo ha finito per dare il nome alla scalinata.
Il bambino nel Tevere -Santa Maria dei Miracoli
Alla fine del Quattrocento, sulle mura di Roma che si si affacciavano sulle acque del Tevere, all’altezza di via della Penna, vi era un’immagine della Vergine che stringeva una mano del Bambino Gesù sul suo cuore. Con la sua presenza e il suo perenne lumino acceso proteggeva coloro che frequentavano il fiume per le tante attività ad esso connesse. Qui, nel giugno del 1325, una donna che stava raccogliendo sterpi sulla riva, vide il suo bambino cadere in acqua e portato via dalla corrente. La madre disperata rivolse lo sguardo all’immagine sacra invocando l’aiuto della Madonna e qualcuno riuscì a salvare il bambino. La notizia del miracolo si diffuse immediatamente in città e l’immagine sacra cominciò ad essere oggetto di culto. Per proteggerla dalle intemperie fu edificata una cappella situata all’altezza dell’attuale Ponte Margherita, che accogliesse l’immagine miracolosa. A causa dei continui straripamenti del Tevere, alla fine del Cinquecento l’immagine della Madonna fu spostata per motivi di sicurezza nella chiesa di San Giacomo in Augusta, poi, alla metà del secolo successivo, Papa Alessandro VII ordinò che si costruisse in piazza del Popolo la nuova chiesa di Santa Maria dei Miracoli, così denominata in onore dell'evento miracoloso.
Tra fede e sofferenza -Santa Maria Portae Paradisi
Una chiesa di Roma poco conosciuta ma ricca di testimonianze di fede e di mistero è Santa Maria Portae Paradisi, situata in Via di Ripetta. Questa chiesa, che fu edificata nei primi anni del Cinquecento, era annessa all’Ospedale di San Giacomo degli Incurabili ed ha una storia strettamente legata alle epidemie, soprattutto quelle di peste, che colpirono Roma nei secoli passati. La chiesa, il cui nome richiama l’idea di un passaggio verso l’aldilà, era infatti il luogo in cui venivano celebrate le ultime preghiere per i malati terminali. L’atmosfera austera e le lapidi all’interno sembrano ancora evocare il dolore e la speranza che hanno attraversato i suoi spazi. Si dice addirittura che, in certe notti, si possano udire echi di canti funebri, come se le anime di coloro che vi trovarono conforto non avessero mai abbandonato del tutto il luogo.
Tra fede e sofferenza -Santa Maria Portae Paradisi
Una chiesa di Roma poco conosciuta ma ricca di testimonianze di fede e di mistero è Santa Maria Portae Paradisi, situata in Via di Ripetta. Questa chiesa, che fu edificata nei primi anni del Cinquecento, era annessa all’Ospedale di San Giacomo degli Incurabili ed ha una storia strettamente legata alle epidemie, soprattutto quelle di peste, che colpirono Roma nei secoli passati. La chiesa, il cui nome richiama l’idea di un passaggio verso l’aldilà, era infatti il luogo in cui venivano celebrate le ultime preghiere per i malati terminali. L’atmosfera austera e le lapidi all’interno sembrano ancora evocare il dolore e la speranza che hanno attraversato i suoi spazi. Si dice addirittura che, in certe notti, si possano udire echi di canti funebri, come se le anime di coloro che vi trovarono conforto non avessero mai abbandonato del tutto il luogo.
Le fasce di San Pietro -Santi Nereo e Achilleo
Tra i testi evangelici apocrifi ci sono documenti che narrano le vicende di S. Pietro a Roma, dell’arresto, della prigionia e del martirio. In uno di tali testi, risalente intorno al IV secolo, si racconta come i custodi del carcere Mamertino, Processo e Martiniano che erano stati da lui battezzati proprio durante la detenzione nel carcere avessero scongiurato Pietro, appena liberato, di andarsene da Roma. Mentre l’apostolo fuggiva, poco prima che avvenisse l’episodio “Domine Quo Vadis”, gli caddero le fasce che rivestivano le caviglie e che si usavano per attenuare la stretta dei ceppi e della catene dei prigionieri. Queste fasce sarebbero state raccolte da una matrona romana cristiana, che l'avrebbe conservata nella sua abitazione, divenuta più tardi il Titulus Fasciolae, per ricordare proprio la fuga di Pietro e la caduta delle bende. In seguito, il Titulus divenne la chiesa dei santi Nereo e Achilleo, protomartiri romani le cui spoglie qui furono trasportate e deposte al di sotto dell'altare.
Per questo, nell’iscrizione in facciata della chiesa è leggibile ancora oggi “titulus Fasciolae“.
I numeri di Fra' Pacifico -Santa Maria dell'Immacolata Concezione
Nell’Ottocento, nel convento della chiesa di Santa Maria della Concezione, detta anche chiesa dei Cappuccini, viveva un certo fra Pacifico, molto amato dal popolo per la straordinaria facoltà che aveva di fornire numeri del Lotto che risultavano poi sempre vincenti.
Papa Gregorio XVI, vedendo che le vincite cominciavano a vuotare le casse dei gestori del gioco e stufo degli incredibili affollamenti davanti al convento, decise di far allontanare il religioso da Roma.
Appena saputa la notizia, un gran numero di persone affluirono al convento e fra Pacifico commosso da tanto affetto, si congedò dando loro l’ultima profezia con l’indicazione di una cinquina:
Roma, se santa sei, perchè crudel se’ tanta?
Se dici che se’ santa, certo bugiarda sei.
I romani si accorsero subito che nella frase erano contenuti cinque numeri, ossia 66, 70, 16, 60 e 6 e li andarono a giocare. La cinquina uscì e questa volta il lotto fu sbancato davvero: fu una sorta di vendetta di fra Pacifico.
Il fossato del diavolo -Santa Maria ad Martyres
Il fossato del Pantheon, noto come il Fossato del Diavolo, è una depressione nel terreno che circonda il monumento, visibile in tutta la sua profondità e che permette di vedere l'originario livello stradale. Su questo fossato esiste una leggenda secondo la quale il mago Pietro Baialardo, assai famoso a Roma, ottenne da Satana, in cambio della cessione dell’anima, il Libro del Comando, supremo e segreto manuale di arti malefiche.
Senonché, pentito, Baialardo si servì delle sue arti magiche per compiere in un giorno il pellegrinaggio fino a Gerusalemme e tornare a Roma. Ma al Pantheon, ovvero la chiesa di Santa Maria ad Martyres, trovò ad aspettarlo Satana che reclamava l'anima in rispetto dell'accordo. Il mago però, fingendo di dargli l'anima, gli diede invece un pugno di noci, e riuscì a salvarsi entrando in chiesa mettendosi a pregare sinceramente pentito.
Allora il diavolo, inferocito per esser stato beffato, iniziò a girare ripetutamente intorno al tempio, sfogando così il suo furore, e tanta fu la rabbia con la quale corse che scavò il fossato ancora in parte oggi visibile.
L'ospedale delle "celate" -San Rocco all'Augusteo
Nel XVI secolo la Confraternita di S. Rocco, fondata dagli osti e dai barcaroli del porto di Ripetta, fece costruire su un terreno vicino al Mausoleo di Augusto una chiesa e un oratorio in onore del santo patrono. Annesso alla chiesa venne costruito anche un piccolo ospedale dove venivano curati gli appestati, dotato di una sezione femminile e di una maschile. Col tempo, si specializzò nell'assistenza alle partorienti dal parto difficile e alle partorienti nubili, ovvero rimaste incinte in una relazione illegittima, che qui venivano accolte con il volto coperto. Queste ultime venivano ricoverate senza dover svelare la loro identità e durante la loro degenza erano protette da qualsiasi indiscrezione. Per questo motivo il complesso venne soprannominato l’Ospedale delle Celate. Esse arrivavano di notte, con il volto coperto; erano registrate con un numero e nessuno poteva scoprirne l'identità. I loro neonati erano poi inviati alla Pia Casa degli Esposti, presso l'ospedale di Santo Spirito. Come ospedale per le sole donne il San Rocco continuò la sua opera di assistenza per quasi tre secoli.
Il petrolio di Trastevere -Santa Maria in Trastevere
Sul terreno su cui sorse la basilica di Santa Maria in Trastevere sorgeva un piccolo ospizio con osteria riservato ai soldati in pensione e agli avventori occasionali; si chiamava Taberna Meritoria. Un giorno del 38 a.c. cominciò a zampillare dal terreno un liquido scuro, forse olio minerale, che andava poi a riversarsi nel vicino Tevere. L’evento venne interpretato dalla comunità ebraica presente allora a Roma come segno della prossima venuta del Messia. Tale interpretazione venne fatta successivamente propria dai cristiani, quale annuncio della venuta di Cristo, tanto che nel III secolo papa Callisto I chiese ed ottenne dall’imperatore di poter costruire un luogo di culto in corrispondenza della taverna. Nacque così la chiesa di “Sancta Maria ad fontem olei”, successivamente divenuta Santa Maria in Trastevere. Ancora oggi, ai piedi del sagrato della basilica, una grata recante la scritta “Fons Olei”, indica il luogo del prodigioso evento.
Il cieco miracolato -Santa Maria della Luce
Originariamente il nome della chiesa era San Salvatore della Coorte: il nuovo appellativo si deve ad un'immagine della Madonna rinvenuta sotto un arco presso il Tevere, veneratissima in Trastevere, che fu detta Madonna della Luce a seguito di un evento miracoloso verificatosi nel 1730. In quell’anno un cieco, trovandosi in una casa diroccata vicina alla chiesa, udì all'improvviso uno strano rumore provocato dalla caduta di sassi. Preso dal terrore di restare sepolto sotto quella che egli credeva la rovina della volta, si girò per scappare e vide sulla parete, da cui era caduto l'intonaco, un'immagine di Maria col Bambino, circondata da splendore. Esclamò: "Luce, Luce!". E, uscito fuori, invitò a vedere il miracolo della santa immagine apparsa che a lui aveva reso la vista.
Opere di redenzione -Santa Caterina dei Funari
A metà del Cinquecento nacquero istituti per tentare d recuperare le donne di malavita e si arrivò anche a fondare dei conservatori per quelle fanciulle che, per le loro condizioni di povertà, correvano il rischio di essere avviate alla prostituzione. Tra i primi a preoccuparsi di cercare una soluzione alla miseria di queste giovani ci fu S. Ignazio di Loyola: a lui si deve infatti il Conservatorio delle vergini miserabili di S. Caterina della Rosa ai Funari. Ignazio riuscì a farsi assegnare l'isolato dove si trovavano i ruderi delle chiesa medievale di Santa Maria Domine Rose e su quelli costruì l'edificio per ospitare le bambine e ragazze “pericolanti”, cui seguì la costruzione della chiesa. Iniziò quindi a raccogliere presso di sé alcune giovani che la povertà rendeva particolarmente vulnerabili al rischio di prostituirsi o che erano figlie o parenti di prostitute. Alle ragazze accolte era concessa la possibilità prendere l’abito monastico secondo la regola di S. Agostino; le altre invece rimanevano nella comunità almeno per sette anni imparando lavori di cucito, di ricamo ed ogni arte domestica che potesse fare di ciascuna di esse una donna onesta per poi, fornite di dote, maritarsi. La casa accoglieva anche donne sposate ma maltrattate dai mariti oppure anche vedove, affinché trovassero un luogo sicuro dove poter stare, almeno finché si fossero riappacificate con il proprio coniuge o sposate di nuovo.
La Madonna della Pace-Santa Maria della Pace
Anticamente la chiesa era dedicata a Sant’Andrea detto degli Acquarenarii, che prendeva il nome dai venditori di acqua presenti nella zona. La leggenda narra che un giovane, intorno al 1480, mentre giocava con un suo compagno, a causa di una forte perdita di denaro, si adirò al punto di ferire con un sasso l’immagine della Vergine esposta nel portico adiacente la chiesa. L’immagine sanguinò e Papa Sisto IV informato dell’accaduto, fece cambiare il nome della chiesa in “Santa Maria della Virtù“, promettendo di rimediare allo stato fatiscente dell’edificio, al fine di ottenere per sua intercessione della Madonna la pace per l’Italia tormentata da guerre e dissidi.
Così avvenne nell’anno 1482, anche se i lavori terminarono due anni dopo sotto Innocenzo VIII: la chiesa venne chiamata Santa Maria della Pace per commemorare la conclusa pace di Bagnolo, che poneva fine alla guerra tra lo Stato Pontificio, Venezia e il Regno di Napoli.
La leggenda del Papa mago-Santa Croce in Gerusalemme
Gerberto D’Aurillac, divenuto papa nel 999 con il nome di Silvestro II, era un uomo dalle straordinarie conoscenze e la sua caratura intellettuale era tale da permettergli di essere considerato un grande teologo, scienziato, matematico e astronomo; qualità straordinarie che vennero viste, al tempo, come frutto di magia o di pratiche esoteriche. Molti credevano addirittura che fosse stato eletto papa proprio grazie alle sue conoscenze occulte. Era pertanto noto come il “Papa mago” e fu una delle figure più controverse della storia della chiesa di Roma.
Si racconta, inoltre, che possedesse un libro magico e che avesse fatto costruire una maschera d’oro, al cui interno aveva intrappolato un demone, in grado di rispondere alle sue domande. Interrogata dal papa sulle circostanze della sua futura morte, la maschera avrebbe risposto “Tu morirai officiando messa a Gerusalemme”. Però quella cui faceva riferimento la maschera non era una chiesa di Gerusalemme, bensì la basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, che si trova a Roma. Il 12 maggio 1003, il pontefice proprio in questa chiesa morì mentre celebrava la messa e fu tumulato nella vicina basilica di San Giovanni in Laterano.
La gravidanza di Nerone-San Giovanni in Laterano
La basilica viene da sempre chiamata San Giovanni in Laterano perché storicamente fu edificata su terreni appartenuti all’originario proprietario di quelle terre, Plauzio Laterano, a cui furono confiscate in seguito alla sua partecipazione alla congiura dei Pisoni. Eppure, secondo una vecchia leggenda popolare, il motivo della denominazione risale addirittura ai tempi dell’imperatore Nerone (possessore di molte terre in questa zona) che, da bravo pazzo quale era, si mise in testa di diventare “madre”, ossia di partorire. Per fronteggiare la sua follia, i medici decisero allora di fargli ingoiare un girino vivo, che poi lo diede alla luce grazie ad una potentissima purga.
Quindi, secondo la leggenda, il nome Laterano deriverebbe da “latitans rana” che in latino vuol dire “rana partorita”, o anche “rana sparita”. Pare infatti che per festeggiare il lieto evento Nerone organizzò una grande parata; tutto filò liscio finché il corteo raggiunse le rive del Tevere quando la ranocchia non resistette al richiamo dell’acqua e si gettò nel fiume, provocando la disperazione e l’ira dell’Imperatore, che si vendicò facendo uccidere coloro che erano incaricati di accudirla.
Si dice poi che quando Nerone fu deposto, la liberazione dalla sua tirannia venne suggellata dall’edificazione di un palazzo chiamato Laterano in ricordo della “latitans rana”.
La grande colletta-San Paolo fuori le Mura
Nella notte tra il 15 e il 16 luglio 1823 un grande incendio distrusse gran parte della Basilica di San Paolo fuori le Mura. Durante alcuni lavori di manutenzione del tetto, due operai dimenticarono sul tetto la padella con i tizzoni che credevano di aver spento. Probabilmente il vento fece ribaltare la padella e le braci non completamente spente caddero sul tetto arrivando sino alle travi di legno da dove si sviluppò un incendio che in breve tempo divampò in tutta la Basilica.
Fu dato l'allarme, ma ci vollero due ore perché i pompieri potessero raggiungere San Paolo; purtroppo, quando arrivarono sul posto, l'incendio era ormai difficile da arrestare. I danni alla basilica furono enormi: rimasero in piedi solo il transetto, l'abside, l'arco trionfale e il chiostro con il monastero. L'incendio colpì molto il sentimento non solo dei romani ma anche del resto del mondo. Papa Leone XII, promosse subito la ricostruzione della Basilica in maniera fedele rispetto a quella distrutta, riutilizzando i pezzi risparmiati dal fuoco. Nel 1825 emanò l'enciclica Ad Plurimas, in cui invitava i Vescovi e tutti i fedeli ad offrire, in base alle loro possibilità, un contributo per la riedificazione della Basilica. Si trattò della più grande raccolta fondi della Chiesa romana dai tempi della basilica di San Pietro. La mobilitazione fu incredibile: non solo risposero in massa i Cattolici, ma giunsero doni perfino dal mondo ortodosso e islamico. Il cantiere per la ricostruzione della basilica paolina durò circa un trentennio. Il 10 dicembre 1854, Papa Pio IX consacrò la “nuova” Basilica, alla presenza di un gran numero di Cardinali e di Vescovi, giunti a Roma da tutto il mondo.